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Posts Tagged ‘tecniche giardinaggio’

coltivazione orchidea phalaenopsisDevo confessare un peccato. Lo so, una madre amorevole non dovrebbe accordare preferenze a nessuno dei suoi figli. Ma giuro che do a ciascuno la stessa quantità di attenzione e cura. Però in certi giorni, soprattutto nei mesi invernali quando sono nel pieno della fioritura, i miei occhi sono solo per quelle candide ali di farfalla che svettano dai piccoli vasi nelle quali sono sistemate. L’avrete capito, ho una passione smodata per le orchidee e, in particolare, per le Phalaenopsis.

Sebbene esista una quantità incredibile di ibridi, le mie preferite sono quelle coi fiori bianchi. Candide, eleganti e fiere come le ali di una farfalla, proprio come indica il nome greco composto da phalaen (“farfalla”) e opsis (simile a): “simile alla forma delle farfalle”. Le Phalaenopsis sono originarie dell’Asia e degli arcipelaghi dell’Oceano Indiano, ma si sono adattate perfettamente ai nostri appartamenti, a patto però di costruire attorno ad esse un vero e proprio microclima tropicale mantenendo alto il tasso di umidità. A questo scopo non fatevi mai mancare uno vaporizzatore: d’estate sono indicate 2-3 vaporizzazioni al giorno, in inverno sono necessarie molto meno. Per l’innaffiatura uso acqua demineralizzata perché le radici aeree sono molto sensibili agli eccessi di sali. Mi raccomando, state attenti ai ristagni idrici: sono più le Phalaenopsis morte affogate che quelle suicidatesi per mancanza d’acqua. I ristagni creano l’ambiente ideale per la crescita di muffe e funghi che attaccano le radici e provocano la morte dell’orchidea. Per questo io innaffio solitamente la mattina in modo che il substrato abbia tutto il tempo di asciugare. Un buon metodo per capire quando è ora di innaffiare è osservare il colore delle radici: asciugandosi, queste cambiando lentamente colore passando da un verde scuro ad un grigio argento.

La cosa che mi ha sempre incuriosito della coltivazione in casa delle orchidee è che noi le teniamo letteralmente a testa in giù. Le orchidee sono piante epifite e questo vuol dire che, in natura, esse crescono sui rami o sui tronchi degli alberi, utilizzandoli come semplice sostegno e non per procurasi a tradimento il nutrimento. Quindi gettano la loro meravigliosa cascata di fiori verso il basso, mentre noi ancoriamo gli steli a dei piccoli sostegni per far svettare i fiori verso l’alto.

Per quanto riguarda l’illuminazione, le Phalaenopsis amano la luce intensa: l’ideale sarebbe collocarle davanti ad una finestra esposta a sud. L’importante, però, è che la luce non sia diretta, ma schermata da una tenda per evitare che sulle foglie compaiano quelle bruciature marroni che indeboliscono la pianta. Un piccolo trucco per capire se l’esposizione  della vostra piantina è sufficiente: osservate il colore delle foglie. Se sono di un verde chiaro e smorto e, magari, hanno quelle brutte bruciature ovali, è necessario aumentare l’ombreggiatura. Se invece le foglie sono scure, e magari flosce e prive di vigore, significa che l’orchidea non riceve abbastanza luce.

Le Phalaenopsis sono fiori molti generosi: se date loro attenzione e cura, vi restituiranno il favore con fioriture meravigliose che possono ripetersi anche due volte l’anno e durare ciascuna più di quattro settimane. E potrebbero persino darvi un nipote! Se ben coltivate, infatti, le Phalaenopsis danno luogo a nuovi getti attorno al colletto o sugli steli floreali in corrispondenza dei nodi. Avrete così il vostro keiki, parola hawaiiana che significa letteralmente “bambino”, una piantina nuova completamente autosufficiente che, cresciuta sufficientemente per avere radici proprie, potrete recidere dalla pianta madre e rinvasare.

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Edward Bach era un medico, che laureatosi, lavorò per lungo tempo in Inghilterra; i suoi studi nascono dai principi dell’omeopatia, partendo dal presupposto che per curare una malattia è necessario curare l’uomo. Bach impiegò molti anni della sua vita alla ricerca di un metodo di cura naturale che fosse inteso a curare i pazienti dalle inquietudini della vita quotidiana;in particolare, secondo Bach le malattie sono dei segnali d’allarme del nostro corpo, che ci invita a riflettere sul nostro stile di vitada modificare.
Durante i suoi anni di studi arrivò alla conclusione che si può modificare il comportamento e lo stato d’animo delle persone utilizzando quella che lui stesso chiamava la memoria dei fiori, la loro energia, trasmessa all’acqua; tale memoria si estrae dai fiori attraverso il metodo del sole ed il metodo della bollitura. In entrambe i metodi i fiori vanno colti durante il loro maggiore periodo di fioritura, in una bella giornata soleggiata, e senza assolutamente toccarli con le mani. Il metodo del sole consiste nel porre i fiori in un contenitore di vetro, riempito con acqua pura di fonte, e posizionando tale contenitore al sole per 5-6 ore; con il metodo della bolltura i fiori vengono posti in una pentola di metallo porcellanato, coperti con acqua pura di fonte e lasciati bollire per circa mezz’ora. Il liquido ottenuto viene filtrato, e allungato con pari quantità di cognac o brandy. Otteniamo così la tintura madre del fiore di Bach, da utilizzare in misura di due gocce in 30 ml di acqua di fonte; tale composto si assume generalmente per quattro volte al giorno, quattro gocce ogni volta.

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Nella creazione di un giardino zen che si rispetti, è essenziale la presenza dell’acqua, di un ruscello che, scorrendo tra i sassi, si riversa in uno stagno ricoperto di ninfee. I giochi di luce ed i flebili rumori dell’acqua spingono, infatti, ad una mistica contemplazione di una specie di Eden, un vero e proprio paradiso.
La tendenza attuale vuole che il giardino zen abbia un aspetto naturale e in questo contesto anche il giardino d’acqua deve rappresentare un angolo di natura “selvaggia”.
Una zona del giardino esposta in pieno sole (soltanto così sarà garantita la fioritura delle ninfee) è l’ideale per costruire un piccolo giardino roccioso al margine del quale collocare lo specchio d’acqua.
Un boschetto di bamboo a foglia piccola incornicerà l’insieme e piantato a ventaglio su un rialzo del terreno accoglierà alle sue pendici, il giardino roccioso costruito con massi di tufo; gli stessi massi formeranno le sponde dello stagno che, qualunque dimensione abbia, deve possedere un perimetro mosso e asimmetrico.
Nella parte a valle del giardino roccioso si preparerà la buca che accoglierà lo stagno, scavata su più livelli per poter offrire diverse profondità d’acqua.
Effettuato lo scavo si sistemerà sul fondo uno strato di almeno 5 cm. di sabbia fine sulla quale stendere il telo di plastica nera.
Si procederà quindi al riempimento della vasca e mam mano che l’acqua riempirà la buca il suo peso permetterà al telo di plastica di sistemarsi e di aderire alle pareti dello scavo.
Terminata l’operazione di riempimento il telo sarà tagliato a filo del bordo esterno dello scavo e una serie di massi di tufo sarà sistemata a tenerlo fermo; un po’ di terra tra i sassi e qualche zolla di muschio rifiniranno il lavoro. Nascosto tra i sassi si sistemerà un tubo di troppo pieno che facendo defluire l’eventuale acqua in eccesso eviterà la tracimazione e permetterà di mantenere costante il livello dell’acqua.
E’ possibile introdurre una piccola pompa ad immersione che, grazie ad un tubo mimetizzato tra i sassi, porterà l’acqua della pozza in un punto alto del giardino roccioso, realizzando una sorta di piccola cascata.
Dopo alcuni giorni l’acqua inizia ad intorbidirsi ma è normale, ed è il momento di utilizzare le piante ossigenanti.
Queste piante acquatiche svolgono una importante funzione di equilibrio biologico, infatti nutrendosi di sali minerali e anidride carbonica ed emettendo ossigeno, purificano e rendono limpida l’acqua impedendo il proliferare delle alghe infestanti.
E’ un’operazione necessaria: prima di poter introdurre ninfee e fiori di loto è necessario, infatti, che la temperatura dell’acqua sia più calda, grazie all’inserimento di piante ossigenanti e stagnanti.

Piccoli consigli:
1) non immettere nello stagno prodotti chimici per il trattamento delle acque perchè ne comprometterebbero l’equilibrio biologico.
2) non lasciate che le foglie cadute marciscano nell’acqua ma raccoglietele regolarmente con un retino.
3) pulite periodicamente il filtro della pompa sommersa.
4) non somministrate insetticidi alle piante acquatiche e in caso di attacco di parassiti limitatevi ad aspergerle con un getto d’acqua, saranno i pesci rossi a completare per voi l’operazione.
5) cercate di mantenere il più possibile costante il livello dell’acqua.

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